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RECENSIONE: Cinema Samuele – Samuele Bersani (2020)

Ci sono cinema che chiudono e altri che resistono. Quelli d’essai che arrancano e quelli che per sopravvivere attendono il prodotto americano della stagione. C’è chi si è reinventato in questi tempi di pandemia grazie alla rete, e chi, invece, ha scelto di chiudere gli occhi a un certo punto per disintossicarsi dalle immagini.

Forse è proprio qui, in questa dimensione surreale fatta di palpebre a riposo e orecchie vigili,  che è possibile collocare piacevolmente il nuovo, prestigioso multisala inaugurato nelle ultime ore da Samuele Bersani: un album che conferma la capacità unica del cantautore riminese di regalare veri e propri “cortometraggi per non vedenti” (come gli fu fatto notare da una fan), affidata stavolta alla prospettiva di un cinematografo fatto di 10 sale, ciascuna con la sua proiezione. Rilasciato ufficialmente venerdì 2 ottobre 2020 in formato CD, vinile e digital, Cinema Samuele (Sony Music) segna di fatto il ritorno di Bersani sulla scena cantautorale italiana dopo circa 7 anni dall’ultimo lavoro in studio (Nuvola numero nove, 2013), preceduto solamente due settimane fa dal già ben accolto singolo Harakiri. Una maniera speciale, peraltro, di festeggiare il proprio compleanno (il 50°, per la precisione), che sa di scelta deliberata come di chi è in cerca di un nuovo inizio.

Ed è proprio l’intento di far filtrare la luce attraverso le crepe del proprio spirito a regnare sovrano in ogni canzone, come un comun denominatore capace di riunire sotto lo stesso cielo storie e personaggi (fra metafore e analogie), fino a restituire compassione e comprensione a chiunque ne avverta la necessità. Succede, per esempio, al principe decaduto di Pixel (traccia di apertura del disco), che muovendosi nella sua quotidianità osserva la propria rabbia, le paure, le lacrime e la voglia di umanità che scivola lontano dagli occhi e per le strade vuote della sera.  Oppure a Il tiranno, quello sordo, forse nascosto oltre le 5 stanze dei sensi e che sembra muovere i fili della nostra esistenza; o ancora all’improbabile e troppo sensibile samurai munito di ombrello e prossimo all’Harakiri (destinato altresì a brillare come “una lucciola in mazzo a un blackout”), o alla storia d’amore di due donne così diverse (Le Abbagnale), ma così affiatate da essere paragonate ai fratelli Abbagnale (ben noti per le loro prodezze agonistiche nel canottaggio, frutto non a caso della loro grande intesa). Lo Scorrimento verticale, di per sé, rappresenta ancora una volta la fotografia esatta di un’epoca, la nostra, nella quale la dipendenza da social ha preso inevitabilmente il sopravvento, e la rapidità con cui si clicca sullo schermo da un contenuto audiovisivo a un altro (come avviene nella fruizione musicale, per esempio) ha reso ciascuno di noi dei veri e propri “campioni nazionali”. E nel frattempo ci perdiamo il canto estivo dei grilli.

Proseguendo in ordine sparso, con L’intervista, Bersani sembra voler fare il punto sull’immagine maggiormente spinta dell’artista contemporaneo, più simile a una slot machine (o a un “vecchio ventriloquo” dal fiato tremendo) che non a un dispensatore di emozioni pulite e genuine: e, come di consueto, è l’intervistatore a pagare puntualmente il conto salato per la propria ideologia. Scivolando ancor più nei meandri dell’individualismo bersaniano, il piede batte in maniera più decisa sulle note di Mezza Bugia, dove le dinamiche di un normale rapporto di coppia fanno da contraltare a tutti quei piccoli gesti dove vanno a nascondersi spesso orgoglio, egocentrismo e prevaricazione. Il tuo ricordo, in questo senso, sembra quasi essere una naturale prosecuzione della traccia precedente, spostando la lente d’ingrandimento direttamente su chi, nel compiere lo sforzo necessario a voltare pagina, cerca prima di tutto di mettere pace (in mezzo a uno scontro leggendario) fra un passato che tenta di insinuarsi con voce angelica nella mente e nel cuore fino a confonderli, e un presente in attesa, ma già posizionato comunque sulla linea di partenza e pronto ri-prendersi la scena.  La resa e l’abbandono, fino a precipitare dal proprio ghiacciaio di convinzioni, arriva grazie alla solenne Con Te, dove in qualche modo la percezione precaria di sé (con annessa fragilità emotiva) viene affidata a quell’ultima persona che sembrava rappresentare l’intero corollario di certezze sulla quale poggiava la nostra realtà. A chiudere il cerchio, e la programmazione del multisala Bersani, è la chiosa finale di Distopici (Ti sto vicino), qualcosa di simile alla conta dei danni causati dal distanziamento emotivo (prima che materiale-sociale, tipico di questi tempi): la paura e l’egoismo che ci hanno reso schiavi, i “se” i “ma” rimasti in sospeso, mentre ci si aggira fra le macerie e i titoli di coda. Provando ad immaginare, nel frattempo, cosa potrà mai esserci di ancor più orrendo dietro l’angolo, forti di un’unica promessa: quella di essere presenti e la complici per di superare insieme qualunque difficoltà. Come fosse davvero l’essenza stessa dell’essere umano.

Cinema Samuele, in buona sostanza, rappresenta un vero e proprio autoritratto dello stesso Bersani: intimo, come il pianoforte onnipresente in ogni brano, a volte più in risalto, altre che sembra volersi confondere insieme agli altri strumenti. Unito alle metafore, le analogie, i “non detto” e le variazioni armoniche che non invadono l’altalena metrica tipica del cantautore riminese.

Un album, insomma, non convenzionale e per nulla scontato, a fronte peraltro dei 7 anni di attesa che ne hanno preceduto la faticosa pubblicazione. Ma l’attesa, del resto, è solo per chi ha fame di cose belle, piuttosto che della roba già precotta e confezionata che sentiamo abitualmente in radio o sulle piattaforme streaming. Per cui, BENTORNATO SAMUELE.

Jacopo Ventura